Anche perché moncone di qua, spezzone di là, qualche frase sfugge. Come quella messa in ombra nella famosa telefonata fra il Governatore della Banca d'Italia e Giampiero Fiorani alla mezzanotte e dodici minuti del 12 luglio scorso: «... Io non volevo», dice il banchiere di Lodi, «che il nostro rapporto personale fosse tale da influenzarti in qualunque cosa». Perché così bisognerebbe contestare il reato di amicizia, che pensavamo fosse derubricato dal codice penale e persino da quello morale di questo Paese. Mentre i pm si stanno tormentando mezzo Parlamento si produce in lamenti indignati sul presunto comportamento del Governatore. Senza capire che del terribile ventilatore oggi è vittima Fazio, domani toccherà a loro. Perché non è in discussione il futuro della banca centrale, il mandato a termine di un governatore, ma la prevalenza della prepotenza sui diritti e le libertà di tutti. Il ritorno delle procure come primo Parlamento, del sistema giudiziario come unica aula in cui si producono riforme, dei pm come sacerdoti dell'unica religione consentita, ministri e perfino dittatori loro della catarsi della vita pubblica. Oggi Fazio, domani Berlusconi e perché no, Fini, Fassino, Veltroni e chissà quanti altri potrebbero risultare scomodi e di ostacolo al rinnovamento di questa povera Italia. Se insistiamo sul caso Fazio è soprattutto per questo, non solo per la convinzione personale sulla limpidezza delle azioni del governatore. Non c'è ombra alcuna di giustizia nel processo di piazza a cui stiamo assistendo in queste ore. È solo scontro fra poteri. Fra un potere che si ritiene di natura divina e che ha già dominato l'Italia dal dopoguerra, stabilito cosa è giusto e cosa no sulla falsariga dei suoi personalissimi interessi e la libertà di fare crescere altri soggetti. Magari zoppicanti, magari senza nobili lombi, certo senza investitura. Come fu Berlusconi. Sperando che oggi almeno lui lo capisca.
02/08/2005