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Il punto di EMANUELE OTTOLENGHI

Un mediatore vale l'altro. L'Iran non cambia idea

LE INATTESE dimissioni di Ali Larijani, il negoziatore iraniano sul programma nucleare di Teheran, hanno sorpreso molti in Occidente: oggi, al previsto appuntamento romano con il capo della diplomazia europea, Javier Solana, Larijani verrà con il suo successore, il quasi sconosciuto sottosegretario agli affari esteri Said Jalili (foto), per il passaggio del testimone.

Il cambio della guardia è stato interpretato come un'indicazione della crescente influenza dei falchi a Teheran. Per contro, Larijani era benvoluto nei circoli diplomatici dell'Unione Europea. Secondo fonti del Consiglio Europeo, Solana e Larijani avevano instaurato un ottimo rapporto personale, trascorrendo ore a discutere non solo del programma nucleare iraniano ma anche intessendo un dialogo sui massimi sistemi. A Larijani è attribuita un'ottima conoscenza della cultura occidentale. È un sofisticato intellettuale con cui la conversazione spazia dalla politica alla filosofia. Un Larijani che disquisisce di Kant in elegante inglese non è per questo predisposto al dialogo più del suo presidente, Mahmoud Ahmadinejad, a cagione delle sue rozze esternazioni, ma chiaramente ha affascinato (e probabilmente illuso) Solana. Il fatto è che Larijani, come il suo predecessore e presumibilmente il suo successore, non ha mai ceduto sulla posizione iraniana. Dal 2003, quando sotto la presidenza di Mohammad Khatami (definito un moderato in Occidente), i segreti nucleari iraniani vennero alla luce, quella posizione non è mai cambiata.
Quel che è cambiato è la continua disponibilità occidentale a venire incontro alle posizioni iraniane nell'illusione che nuove concessioni persuaderebbero Teheran. Un grave errore, che ha permesso al programma nucleare iraniano di guadagnare tempo. A prescindere da chi guida il paese e da chi negozia, l'Iran insiste sul suo diritto ad arricchire l'uranio e a completare il ciclo del combustibile nucleare, che gli permetterebbe di produrre armi nucleari; le uniche differenze sono semmai tattiche. Fu Larijani, dopotutto, a rifiutare sommariamente il pacchetto di straordinari incentivi economici e diplomatici offerti da Russia, Cina, Europa e Stati Uniti a giugno dell'anno scorso. Larijani ha un passato rivoluzionario non meno radicale di Ahmadinejad. Entrambi sono nazionalisti persiani e credono nel diritto dell'Iran ad assurgere a potenza egemone regionale, ben comprendendo che l'ingresso al club nucleare è la miglior garanzia di successo. La sorpresa occidentale per quest'improvvisa sostituzione è dunque mal posta.
La nuova faccia diplomatica dell'Iran non potrà intrattenere Solana in dialoghi metafisici forse, ma il messaggio è lo stesso di sempre. Sta ai nostri diplomatici capirlo con chiarezza, senza farsi distrarre da disquisizioni su Kant.









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