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Bertinotti: "Perda Berlusconi, ma il Pd non è meglio"

Fausto Bertinotti, candidato premier della Sinistra Arcobaleno, nel forum organizzato nella sede de Il Tempo affronta i principali temi della campagna eletorale  

Bertinotti Presidente, siamo arrivati alle ultime settimane, che campagna elettorale è stata?


È una campagna elettorale molto strana e il suo carattere singolare è dato da una malformazione che in qualche modo la condiziona. Le principali forze politiche in campo stanno cercando di fare una riforma istituzionale da sole piuttosto che realizzarla attraverso un dibattito. In questo modo, però, l'obiettivo è determinato dai rapporti di forza. È evidente che chi ha più forze realizza un elemento che altrimenti sarebbe improponibile: un'organizzazione duale, un duopolio del sistema politico che però non corrisponde alla rappresentazione delle principali famiglie politiche del Paese, perché le forze che superano la soglia di sbarramento sono più di due. Quindi, qualsiasi riduzione è artificiosa. Come se si introducesse una droga nel corpo politico per determinarne una modificazione. Penso sia pericoloso perché si dà luogo ad una distonia tra la realtà del Paese e la sua rappresentazione.


Qual è la distonia?


Ci sono due piani tra loro sostanzialmente incomunicabili. Uno è quello della discussione sui problemi quotidiani e non della vita delle persone. L'altro è il piano della competizione per vincere. Ci dicono che, come in una partita di calcio, dobbiamo decidere chi vince, anche se non gioca la nostra squadra. Questa schizofrenia è il vizio di questa campagna. La sfida è spezzare questo diaframma e ristabilire un rapporto tra la risposta ai problemi che emergono e il voto.


Lei ha usato l'espressione «pericoloso». Esiste la possibilità che «pezzi» di società possano sentirsi esclusi e cedere a una deriva violenta?


No, sono convinto che la società italiana abbia oggi potentissimi anticorpi contro la violenza politica. E non vedo nei movimenti, anche più radicali, propensioni di questo tipo. Quando parlo di pericoli mi riferisco al fatto che conflitti di società possano prendere dei corsi che escludano il compromesso e la mediazione. Temo che qualcuno possa dire: «Siccome nessuno ascolta la mia istanza, io non ascolto più voi». Sapete benissimo che quasi metà della società americana non vota. È come se dicesse: «Tu mi vuoi costringere a scegliere tra questo e quello, io non sono né questo né quello, quindi sto a casa». Non si può non vedere in questo un impoverimento della democrazia.


Teme un aumento dell'astensionismo?


In queste elezioni non si possono fare ragionevolmente previsioni. Né per ciò che riguarda l'astensione, né per l'esito del voto. Penso che oggi gli umori reali che attraversano la società italiana siano insondabili, perché abbiamo mille Paesi. Tra l'altro, non dimentichiamo che sono appena cominciati dei sommovimenti nelle forze politiche. Io sono cresciuto in un mondo in cui se mi dicevi dove lavoravi e dove abitavi, io grossomodo sapevo come votavi. Oggi questo è totalmente messo in discussione. Comunque una propensione astensionista c'è. Specie in realtà che conosco bene. Tra gli operai, ad esempio, esiste una sorta di solitudine, di rancore verso una classe politica che li ha ignorati, che potrebbe indurre all'astensione.


Lei ha parlato del livello nazionale. Ma nelle alleanze locali si tende a mantenere il vecchio schema delle due coalizioni. In particolare, a Roma, voi appoggiate Rutelli che, nel 2001, si è candidato a premier senza l'appoggio di Rifondazione. Perché Rutelli sì e Veltroni no?


Io difendo il valore, la specificità e l'originalità dell'Italia delle cento città. Penso che questa sia la sua vocazione e la sua storia. La riduzione di questa Italia a un'Italia omologata al governo centrale, secondo me, è un impoverimento drammatico. Pensare che si possa governare Siena come si governa Palermo è insensato. E non per una gerarchia di valori. Ma perché quella peculiarità territoriale richiede un'idea di governo originale e autonoma. Nel '98, come ricorderete, uscimmo dalla maggioranza del governo Prodi. Eppure mantenemmo il governo unitario a Roma che dura da 14 anni. Quindi la discussione non è su Veltroni-Rutelli ma su Roma-governo centrale. Nel governo delle città noi pratichiamo, a meno di incompatibilità programmatiche, una politica di larghe alleanze che esalti le migliori tradizioni, le radici di quella città, la sua idea di convivenza.


Quali sono le divergenze più profonde con il Pd?


La questione è: qual è l'alternativa alle destre in Europa e in Italia? Si tratta di temperare il liberismo delle destre? Accettiamo il primato del mercato e proviamo a trovare dei correttivi che riducano le diseguaglianze? Oppure la causa di tutto è questo modello di sviluppo? Noi pensiamo di sì, anche perché sul terreno dei correttivi si rischia di essere inefficaci. Faccio un esempio. Se i salari, gli stipendi e le pensioni erano i più alti d'Europa nella seconda metà degli anni '70 e oggi sono i più bassi, vuol dire che è avvenuta una ripartizione fra salari, profitti e redditi a sfavore del salario. Questa ripartizione è accettabile o no? Per noi non lo è.


Però questo tipo di conflitto tra riformisti e radicali ha radici storiche nella sinistra...


No, non è vero. Prendiamo la socialdemocrazia. Ciò che la contraddistingue, anche nei suoi esiti più moderati, è il riconoscimento che in primo luogo essa rappresenta il mondo del lavoro. Alla socialdemocrazia tedesca non verrebbe mai in mente di candidare il leader della Confindustria. Perché può essere moderata, ma sta da una parte. Altrimenti non si chiamerebbe socialdemocrazia.


Altri elementi di distinzione dal Pd?


L'ambiente. Non puoi dire che siamo alla catastrofe la domenica e il lunedì fare le centrali nucleari o fare le grandi opere a impatto ambientale dannoso. Quando leggo nel programma del Pd che si parla acriticamente di crescita, mi sembra un distanziamento da tutte le culture ambientaliste. Perché l'idea che il Pil sia la misura del benessere della società è un'idea contro cui ha militato Robert Kennedy non Al Gore. Perché nel Pil è calcolato anche l'inquinamento. Poi ci sono i diritti della persona. Ci vuole il massimo rispetto nei confronti della religione, ma un punto è essenziale: le donne devono avere la prima e l'ultima parola sulla maternità. È da lì che comincia tutto. Se hai un'incertezza è legittima e rispettabilissima, ma sei collocato su un altro versante.


Per due volte, nel '98 e nel 2008, la vostra esperienza nel governo Prodi si è conclusa prematuramente. È il numero otto che porta sfortuna, oppure possiamo prendere atto che tra voi e il governo nazionale c'è un'incompatibilità strutturale?


Non penso che l'apice della politica sia il governo. Il governo è un'opportunità. Tra i fattori di degrado della politica italiana c'è proprio la sua riduzione a semplice governabilità.


Sta facendo autocritica?


No, noi siamo stati immuni. Ci abbiamo provato, senza pensare alla stanza dei bottoni, abbiamo affrontato questa esperienza di governo perché pensavamo di poter rispondere alle attese degli italiani dopo cinque anni di governo Berlusconi. Poi, se questo non si realizza, ne prendi atto e cambi strada. E infatti noi vogliamo costruire una Sinistra Arcobaleno a partire dall'opposizione.


Felici di starci?


Neanche al governo ero felice. Si è felici solo quando si risolve un problema. Però, così come non era irreversibile la scelta del governo, non è irreversibile la scelta dell'opposizione. Così come non era irreversibile la scelta di unità del centrosinistra, non è irreversibile la scelta della separazione. Su una cosa, tuttavia, voglio essere chiaro: la stagione del centrosinistra così come l'abbiamo conosciuta è finita con la crisi del governo Prodi e della maggioranza che l'ha sostenuto. Se si darà un nuovo corso dei rapporti tra la Sinistra Arcobaleno e il Pd sarà affidato ad una nuova stagione. Un ritorno all'indietro è impensabile. C'è il tempo della semina e il tempo del raccolto. Quando la politica fa un cortocircuito tra questi due tempi e riduce tutto all'immediatezza si espone alla sua sconfitta.


Sinistra Arcobaleno sopravviverà anche dovesse perdere le elezioni?


Quello che nasce con Sinistra Arcobaleno intanto è un fatto nuovo. Storie diverse che hanno composto la sinistra per la prima volta si mettono insieme. E potete quindi immaginare il dolore del parto. Ogni processo è faticoso e difficile. Lo si vede anche nelle liste che c'è una fatica. In questa fase di avvio abbiamo fatto il fuoco con la legna che avevamo. Stiamo costruendo le fondamenta di un nuovo soggetto unitario e plurale. Ed è un processo irreversibile.


I socialisti sono fuori da questo processo o possono farne parte?


In questa campagna i socialisti hanno deciso, anche perché non è riuscito il confronto con il Pd, di andare da soli. Noi abbiamo rispettato questa scelta. Ma penso che, dopo le elezioni, un confronto tra noi e loro sulla questione socialista in Italia vada aperto.


Non è un caso, quindi, che lei citi sempre più spesso Nenni...?


Io nasco socialista, all'interno del socialismo libertario. Quando cominciai la politica, Pietro Nenni, che era stato un mito della mia infanzia, divenne per me l'esempio di ciò che non bisognava fare in politica. Invecchiando e ascoltando i suoi ultimi discorsi, mi ha ripreso il fascino per un uomo che nella sua vita è passato attraverso tutta la storia della sinistra. Mi sono riconciliato con lui perché penso che valga di più il viaggio che la singola stazione.


Lei ha definito la Sinistra Arcobaleno un fatto nuovo. Ma non è che vi siete messi insieme solo perché, andando frazionati, non sareste riusciti a superare la soglia di sbarramento al Senato?


Il rischio quando ci si impegna in battaglie politiche difficili c'è. Ma io credo che questa battaglia possa avere successo, anche se il processo di unificazione trascende in qualche modo il risultato elettorale. Naturalmente un risultato positivo sarebbe un acceleratore. Anche la presenza di una soglia di sbarramento al Senato è stato un aiuto in tal senso. Ma rispetto alla società attuale una sinistra o è unitaria o non esiste.


Che forma immagina per il nuovo soggetto politico? Pensa ad una federazione?


Credo occorra aprire un processo costituente che dovrà definire questo processo. Non ci devono essere veti e preclusioni. Il mio auspicio è la forma più partecipata e democratica possibile, quella in cui tutti siano messi nelle condizioni di partecipare alle decisioni.


Una piccola provocazione. Fosse costretto a farlo, chi voterebbe tra Veltroni e Berlusconi?


Se l'Italia fosse nelle condizioni degli Usa, mi troverei a non votare, come la metà degli americani. Verrei privato della mia appartenenza.


Cosa pensa di ciò che sta accadendo attorno ad Alitalia?


A oggi l'offerta di Air France è inaccettabile. Ho l'impressione che stiamo ricadendo nell'esperienza negativa delle privatizzazioni del passato quando certe operazioni venivano fatte prevalentemente per fare cassa o per disfarsi di assi strategici ritenuti troppo impegnativi o perché c'era l'ideologia «privato è bello, pubblico è brutto». Il tutto senza misurarne l'efficacia. Se la Banca d'Inghilterra, e non una formazione maoista, ha pubblicizzato la Northern Rock, forse senza essere accusati di statalismo si può pensare a forme di intervento del genere. Credo che occorra togliersi dal campo dell'aut aut e lavorare per una soluzione che salvaguardi il patrimonio dei lavoratori e tenga conto della collocazione geopolitica del nostro Paese.


La presenza di Ciarrapico nel Pdl la preoccupa?


Sia chiaro, io non credo che in politica esistano «inammissibili». Anche se l'affermazione di una continuità col fascismo apre sicuramente un problema. La destra, evidentemente, non ha ancora fatto i conti fino in fondo con il proprio passato e con la Costituzione che per noi è un valore fondativo. Detto questo mi sembra che anche il centrodestra si dibatta oggi in un groviglio di contraddizioni. Come evidenzia l'analisi di Tremonti sui giganteschi problemi della globalizzazione capitalistica.


Nel prossimo Parlamento vedremo un asse Bertinotti - Tremonti?


In passato noi ci siamo spesso confrontati, anche aspramente. Penso che la sua analisi abbia un nucleo che ci vede prossimi e due punti che ci vedono distanti. L'unità è ovviamente sulla critica alla globalizzazione. Le distanze sono sull'individuazione della causa che genera instabilità e crisi nella globalizzazione. E nelle soluzioni da dare al problema.


Nella prossima legislatura preferirebbe confrontarsi con Berlusconi o con Veltroni?


Credo sia bene che le destre vengano sconfitte. Il che non equivale a dire che è bene che vinca il centrosinistra.

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Maurizio Gallo e Nicola Imberti

22/03/2008










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