Liberalizzare i servizi pubblici gestiti dagli enti locali, alta formazione per i dirigenti dello Stato, retribuzione per obiettivi nella pubblica amministrazione. Queste sono le soluzioni di Andrea Mondello, presidnte di Unioncamere e Camera di Commercio di Roma, ospite del forum de Il Tempo
Presidente Mondello, il Paese è a un punto di svolta. Quali sono le priorità per farlo ripartire?
Le infrastrutture, attese per troppo tempo, l'esigenza di colmare il divario tra il Nord e il Sud, le liberalizzazioni, una burocrazia che ora è un vincolo ma può essere una risorsa e una politica economica che aiuti la crescita della domanda. Siamo di fronte a scelte coraggiose e impopolari ma non più rinviabili.
Dunque le infrastrutture...
È un problema che riguarda tutto il Paese, bisogna agire rapidamente e con una logica di lungo periodo. Non cito dati ma siamo in ritardo nei confronti del resto d'Europa per rete autostradale e per la dotazione di rete ferroviaria. Inoltre le nostre infrastrutture costano molto di più di quelle che si realizzano in Francia e in Germania. Faccio un esempio: in Italia abbiamo 130 chilometri di metropolitana, la sola Madrid ne ha 309. Al Nord le infrastrutture servono per tenere il passo con i grandi Paesi europei, al Sud per recuperare lo svantaggio accumulato in tutti questi anni.
Una situazione davvero complessa quella del Mezzogiorno...
Il divario tra Nord e Sud aumenta costantemente. Bastano due dati: il tasso di occupazione al Sud è del 46,6%, al Centro-Nord raggiunge il 65%. Il Pil pro capite del Meridione è inferiore del 42,9% rispetto al Settentrione. Sono convinto che il rilancio del Paese debba necessariamente passare per il rilancio del Sud. Bisogna trasformare quello che tutti considerano un vincolo in un'opportunità. Nel nostro Sud c'è il più alto potenziale di crescita.
Un'idea per il Sud?
Sono assolutamente a favore del Ponte sullo Stretto di Messina. È anche un elemento simbolico e ha una forte valenza culturale. Significherebbe che al Sud si possono costruire infrastrutture importanti in tempi certi.
E le liberalizzazioni? Cosa può fare la politica per incentivare lo sviluppo?
La politica deve creare maggiore concorrenza. Un esempio è il caso delle aziende partecipate da enti locali e Regioni. Alla fine del 2005 queste società di capitali erano 4.874, avevano 255 mila addetti e 35 mila consiglieri. Nelle nostre ricerche abbiamo dimostrato che molto spesso queste aziende sono troppe e poco competitive, hanno delle performance molto più basse rispetto alle aziende private che operano negli stessi settori.
Andrebbe meglio se in queste società ci fossero i privati?
Lo dimostrano i dati. Le società in cui i privati hanno una quota al di sopra del 25% hanno risultati migliori.
La burocrazia è un ostacolo?
La pubblica amministrazione viene spesso messa sotto accusa. Eppure le sue potenzialità sono enormi: una buona burocrazia fa la differenza. Occorre investire di più nella preparazione. Dobbiamo creare scuole di formazione per dirigenti di alto livello per l'amministrazione statale. Poi serve anche un metodo di lavoro efficace.
Quale?
Occorre introdurre la logica del lavoro per obiettivi. E criteri retributivi che siano ancorati a parametri oggettivi. Inoltre più organizzazione e ancora: più responsabilizzazione delle risorse impegnate nell'amministrazione pubblica. È questo che serve alle imprese, che sostengono un costo ancora troppo elevato nei rapporti con la burocrazia. Qualcosa come 14,9 miliardi di euro all'anno.
Passiamo ad Alitalia. Cosa pensa della possibilità di venderla ad Air France e della discesa in campo di una cordata italiana?
Se si cede ad Air France si dà la compagnia a un paese che è il maggiore concorrente dell'Italia in fatto di turismo. È una circostanza di cui tener conto. Difficile, in ogni caso, credere alla minaccia di fallimento del vettore. La considero un'ipotesi soltanto teorica e starei attento ad agitarla perché dietro c'è davvero il dramma di migliaia di famiglie. Quanto alla trattativa, la mia esperienza di imprenditore mi dice che quando si fa un negoziato per vendere qualcosa occorre tenere aperta la porta a più offerte.
Il dossier Alitalia è legato anche a quello del rilancio dell'aeroporto di Fiumicino. Qual è la sua posizione?
L'ipotesi Air France per Alitalia porterebbe innegabilmente benefici al Leonardo Da Vinci. Ma dobbiamo evitare la situazione che definisco "dei capponi di Renzo": ovvero che Roma e Milano siano in contrasto. Qui non c'è niente da contrapporre, semmai la sfida è esattamente opposta. A Malpensa si sono fatti alcuni sbagli di progettazione ma il fatto che Roma vada bene non deve andare a scapito dello scalo lombardo. E poi chi ha detto che il giorno che i francesi si prendessero Alitalia non possa nascere una nuova grande compagnia italiana? Insomma dobbiamo cominciare a decidere non più sulla base del campanile ma come sistema Paese. Il caso della decisione dell'Expo a Milano piuttosto che a Smirne può essere il primo esempio. Tutti i romani devono sperare che questo grande evento si realizzi a Milano, ne guadagnerebbe tutto il Paese.
Cosa serve veramente all'Italia per imboccare la via del rilancio?
Cambiare e ringiovanire la classe dirigente con l'introduzione di criteri di selezione che premino realmente la meritocrazia. La concorrenza non nasce se non si dà spazio al merito. E questo vale per tutti i settori. In particolare per quelli più avanzati come la ricerca tecnologica. Io non mi preoccupo se i giovani ricercatori italiani vanno all'estero: lo considero un elemento positivo e un arricchimento culturale. Il problema è se non tornano perché hanno paura di non veder adeguamente premiati i loro meriti. In Italia gli investimenti sono a un livello insufficiente e spesso i criteri di scelta non premiano i più bravi.
Come vede Emma Marcegaglia alla guida della Confindustria?
Con lei la Confindustria ha fatto una scelta di alto profilo. La Marcegaglia è una persona onesta, preparata e straordinariamente capace. Si dice che il bilancio di un presidente sia fatto per il 50 per cento dalle cose realizzate durante il mandato e per il restante 50 per cento dalla ricerca del proprio successore. In questo senso l'incarico di Montezemolo non poteva terminare in modo migliore.
In questi ultimi quindici anni Roma ha segnato una crescita record. Qual è stata la chiave del successo?
Nel 1993, quando sono diventato presidente della Camera di Commercio, i problemi di Roma erano gli stessi del Paese. La Capitale era come una casata nobiliare in cui i guadagni scarseggiavano, i rampolli non trovavano lavoro ed erano costretti a vendere i beni di famiglia. Si usciva da Tangentopoli e la situazione economica di Roma era al di sotto della media del Paese. C'era qualcuno che ipotizzava un nobile declino. Eppure vi erano imprese dinamiche e un settore terziario vivace. Fu così che nacque il Modello romano, un'esperienza che giudico importante. Ho sempre considerato il declino ignobile e mai nobile. Un gruppo di persone di buona volontà capì che la capacità propositiva doveva essere più forte di quella interdittiva. Siamo riusciti a invertire una tendenza, coniugando cultura e turismo con investimenti importanti sulle infrastrutture attraverso un piano che si potrebbe definire neokeynesiano. È stata introdotta la cultura dell'innovazione come metodo. Così sono sorte opere importanti come l'Auditorium, la Nuova Fiera e il Polo tecnologico. E il sistema economico del territorio è cresciuto. Come valore aggiunto pro capite Roma è passata dal 21° posto del 1995 al 6° del 2006; in 11 anni sono stati creati 238 mila posti di lavoro, il tasso d'occupazione è di tre punti sopra la media del Paese e Roma è la città con la maggiore dinamicità imprenditoriale. È indiscutibile che Roma sia cresciuta. Si può discutere se si poteva fare di più e meglio, ma è incontrovertibile che la città negli ultimi 15 anni abbia avuto una forte inversione di tendenza. Tutto è migliorabile e io ho sempre affermato che non bisognava mai compiacersi dei risultati raggiunti. Ma un forte sviluppo c'è stato.
Che consiglio si sente di dare al futuro nuovo sindaco?
Di puntare sulle infrastrutture: devono essere un'ossessione. Bisogna crescere il più possibile. Il futuro sindaco dovrà dargli la priorità. In questi anni si sono fatte cose straordinarie, c'è chi dice che si poteva fare di più. Credo che tutto sia sempre migliorabile ma si è fatto davvero molto. Poi occorre un salto di qualità per quanto riguarda la pulizia e il decoro urbano. E non bisogna dimenticare i giovani: servono infrastrutture per l'infanzia. Sento parlare in questa campagna elettorale di grandi opere dei generi più disparati. Credo che a Roma serva semplicità. Le nuove linee della metropolitana B1, C e D sono un passo in avanti. Ma occorrono strade, bisogna curare la loro manutenzione. E ancora asili, scuole, biblioteche per i bambini, dove si possano incontrare. Per i giovani si deve fare di più. Alla ex Fiera di Roma sulla Cristoforo Colombo sorgerà un grande spazio per bambini. Ma non dobbiamo fermarci: investire sui giovani vuol dire formare la società del futuro. La città va resa più vivibile, bisogna tutelare i più piccoli. Per questo in futuro mi occuperò esclusivamente della Fondazione Fiabe, che ho creato anni fa per combattere le violenze sui minori. Infine, un ultimo consiglio al futuro sindaco: lavorare sulla sicurezza, punto prioritario per la vita civile e lo sviluppo economico.
Il centro di Roma sembra un cantiere perennemente aperto, gli stessi lavori si fanno anche cinque volte. Come crede sia possibile?
Non è un problema solo romano. In tutta Italia mancano programmazione e organizzazione. È lo stesso motivo per cui nel nostro Paese le grandi industrie sono poche: perché non abbiamo una cultura dell'organizzazione. Così non mi stupisce che i lavori in una stessa strada del centro storico vengano fatti più volte a distanza di poco tempo. Questo secolo sarà quello dell'organizzazione. Il nostro Paese ha una grande capacità creativa, la nostra sfida sarà quella di organizzare questa grande capacità creativa e di trasformarla in sviluppo economico. Ecco perché sono ottimista anche sulla nostra Europa: abbiamo uno straordinario bacino di cultura che saprà organizzarsi e trasformarsi in sviluppo economico. Dobbiamo però rinnovare la classe dirigente, creandone una all'altezza di una sfida straordinaria.
Lei è uno dei pochissimi liberali italiani che non si è mai schierato né a destra né a sinistra. Si dice che negli ultimi anni entrambi gli schieramenti le abbiano chiesto di candidarsi sia come sindaco sia come presidente della Regione Lazio. Perché non ha mai accettato?
È vero, sono un liberale. Ma con una precisazione: non credo nel mercatismo ad ogni costo né nell'intervento pervasivo della mano pubblica. Trovo che molte volte l'intervento dello Stato in economia debba esserci perché utile. Bisogna diffidare dei liberali che vogliono dogmatizzare tutto: sono pericolosi e non sono veri liberali. Fatta questa premessa, c'è stato un periodo in cui la politica mi tentò davvero molto. Ma dovevo amministrare l'azienda di famiglia, la Peroni, c'era bisogno di me in quel contesto. Così continuai a fare l'imprenditore e abbandonai le sirene della politica. Non mi sono pentito di quella scelta, anche perché credo di aver svolto bene sia il mestiere di imprenditore che quello di manager. Meglio fare ciò che si sa fare bene. Anche perché nella politica si punta più al consenso delle proprie decisioni che alla loro qualità. Io sono abituato a lavorare in questo modo.
È stato da poco nominato presidente dell'Istituto Tagliacarne, la fondazione di Unioncamere per la promozione della cultura economica. Che linea darà all'istituto?
L'Istituto Tagliacarne è un centro di ricerca straordinario, un centro studi di altissimo profilo per tutto il Paese. Lo metterò a disposizione per la formazione e la qualificazione dei giovani. Formazione e sviluppo economico vanno di pari passo. In questo modo intendo dare il mio contributo alla crescita del Paese e, soprattutto, del Meridione.
C'è una cosa che avrebbe voluto fare in questi quindici anni e non ha fatto? Insomma, ha un rammarico?
Sono un fautore dell'innovazione e credo di aver innovato troppo poco. Questo è il mio rammarico. Si poteva fare di più, avere più coraggio, anche nello stimolo alla politica. Nel 1992 proposero ad Alberto Ronchey di fare il sindaco. Lui disse: accetto a due condizioni: un mandato di dieci anni ed essere nominato governatore della città. Persino Mussolini, in un regime privo di democrazia, propose per Roma il governatorato. Ecco, il sindaco ha poteri troppo limitati. Sul territorio ci sono troppe competenze diverse e sovrapposte. Penso a Regione, Provincia e Comune. Così non si può amministrare. Tanti sindaci, in tutta Italia, a fine mandato hanno confidato che avrebbero voluto fare tante cose ma non ne hanno avuto il potere né la forza.
Abolirebbe quindi le Province?
Sicuramente sì. Mi sono sempre battuto per conferire alle grandi aree metropolitane più poteri. Tanti anni fa lanciai l'idea di Roma città-regione: era un modo per dire che le grandi città non si possono amministrare come i piccoli comuni. Il mio rammarico è di non aver abbastanza incalzato la politica su questo punto.
Filippo Caleri, Alberto Di Majo e Daniele Di Mario
28/03/2008
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