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Il punto di GIUSEPPE FEYLES

Dall'estero nessuna lezione, please

Non si dovrebbe dire, per non correre il rischio di richiamare alla memoria il funesto "me ne frego!" Non sarebbe conveniente, per buon gusto e educazione.

Zapatero Non sarebbe opportuno, per non irritare le cancellerie straniere. Ma di fronte alle recenti critiche di qualche burocrate europeo sulla nostra politica, sarebbe bello proclamare che non ce ne importa un granché. Qualche ministro di Zapatero ci apostrofa? Pazienza, mica dobbiamo viverci in quella terra arida. Un europarlamentare di sinistra insulta gratis? Niente paura, è il livore dei perdenti. Un intellettuale di qualche paese poco amato dal sole ci bacchetta per un nostro presunto razzismo? Non importa (non del razzismo, ma dell'accusa falsa): diventano acidi perché gli manca il nostro cielo azzurro.
Il fatto è che il tempismo con cui il nuovo governo è stato messo sulla graticola desta molti sospetti. Sa molto di pregiudizio. D'altro canto, un antico complesso d'inferiorità ci porta a sopravvalutare ogni fiato che venga da oltreconfine (a proposito, ma esistono ancora i confini?). Invece, non ci dovremmo far impressionare dalle bordate ostili che vengono dagli stranieri, perché loro non sono meglio di noi. Non lo sono stati ieri, nella storia. Tanto per fare un esempio, mentre a Roma, a Firenze, a Napoli si coltivavano la cultura e l'arte universale, a Londra, a Parigi, a Madrid e Lisbona si commerciavano gli schiavi e si fondava il colonialismo armato. Ma non sono meglio di noi neppure oggi, come dimostrano le violenze delle periferie parigine o delle metropoli del nord Europa. Quanto alla Spagna, paese in prima fila nel distruggere i fondamenti della famiglia o nel facilitare l'aborto, non può dare lezioni di civiltà. I più deboli di tutti, infatti, allo stesso modo di poveri e immigrati, sono i neonati. L'Europa è importante, va seguita e costruita, ma senza smarrire la propria identità storica. Se l'Europa rinnega le proprie radici, ad esempio distruggendo il patrimonio cristiano, non per forza dobbiamo stare a sentirla.
Piuttosto, è un'altra la voce che andrebbe ascoltata, prima di agire anche a livello politico: la si potrebbe chiamare coscienza, se non fosse una parola frusta, ormai priva di significato, o confusa col generico prurito di una piccola morale. La coscienza invece è il luogo dove vivono i grandi ideali. Ascoltarla significa confrontarsi con l'innata tendenza al vero, al bene, al bello che sta nel fondo di tutti gli uomini. E' un processo delicato, che ciascuno deve fare in prima persona, ma non necessariamente da solo. Infatti, anche se può sembrare paradossale, spesso ascoltare la coscienza significa ascoltare la voce di un altro, che meglio incarna ed esprime quelle esigenze di verità e giustizia. Tanto per fare un esempio, la voce del Papa. Che, tra l'altro, sta a Roma, mica a Madrid o Bruxelles.

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Giuseppe Feyles

27/05/2008










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