Poche le defezioni (il cancelliere tedesco Angela Merkel, il premier inglese Gordon Brown, il presidente dell'Australia e altri leaders di piccoli paesi). Nel complesso, non solo non si registrerà alcun boicottaggio ma neppure una diserzione significativa dalla cerimonia di apertura (costerà oltre 200 milioni di euro), che sarà spettacolare, anche perché si propone di celebrare, non l'apertura delle Olimpiadi, ma i 5.000 anni della Cina. Dovrà essere, secondo le intenzioni degli organizzatori, la risposta possente a chi ritiene che il grande Paese asiatico intenda conquistare il mondo solo per la sua forza economica. In prima fila vi saranno Bush, SarkoZz (anche come presidente di turno dell'Ue), Berlusconi e il presidente russo Medvedev.
Per la verità, il nostro premier è stato sollecitato, non solo dalle file del centro destra, ma anche da settori del Pdl, dell'Udc e della Lega a "ripensarci", cioè a non esporsi con la sua presenza a Pechino. Ma il cav. si è convinto (del resto come Veltroni) che essere presenti a Pechino significa contribuire alla distensione, favorire la politica dei buoni rapporti col gigante Cina e, in definitiva, aiutare la crescita dei diritti umani. Anche l'ambasciatore cinese a Roma ha dichiarato qualche giorno fa che «l'Italia deve aiutare la Cina nella tutela dei diritti umani». È un'ammissione molto importante perché finora tutte le autorità cinesi hanno sempre negato che esiste un problema del genere nel grande paese asiatico. Peccato, però che lo stesso ambasciatore si sia dato da fare per impedire che Amnesty International ottenesse l'autorizzazione a promuovere una manifestazione davanti alla sua sede diplomatica, prevista per giovedì scorso. L'associazione umanitaria ha dovuto ripiegare su una conferenza stampa per pubblicizzare dossier e opuscoli riservati agli atleti italiani ("I diritti umani in gioco") che si recheranno a Pechino. Vi è un accordo tra Amnesty e Coni in tal senso. A meno che il Coni (come il Comitato olimpico internazionale) non abbia imboccato il doppio binario: cercare di non scontentare gli esigenti censori cinesi (che hanno varato norme rigidissime di comportamento per gli atleti e i giornalisti), ma anche di non attirarsi le critiche delle organizzazioni umanitarie.
Un piccolo esempio, nei giorni scorsi si è avuto in un incontro nella sede della Fnsi a Roma. Il presidente del Coni, Gianni Petrucci, ha detto: «Amnesty ci chiedeva un segnale di dissenso, un braccialetto, ma noi abbiamo risposto di no, perché non lo prevede il regolamento». Caro presidente ma quando mai le contestazioni o i "segnali" di dissenso sono previsti nei regolamenti?
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19/07/2008