Ma, nel giorno in cui Google lancia la sfida definitiva a Bill Gates con il nuovo programma di navigazione Chrome, il formidabile giocattolo mostra anche le sue prime crepe. Censure e violazioni della privacy, innanzitutto. L'invenzione dei due studenti di Stanford Larry Page e Sergey Brin oggi gestisce il 75% delle ricerche che vengono fatte sul web. Il segreto del suo successo si basa su un algoritmo molto innovativo rispetto ai precedenti. Se prima i motori di ricerca selezionavano i siti a seconda della maggiore ricorrenza in essi della parola digitata dall'utente - se questa era «Minneapolis» i primi link dell'elenco indirizzavano alle pagine in cui la città americana era citata più volte - i creatori di Google, lo spiega bene Alessandro Baricco nel saggio «I barbari», scelsero di affidarsi a un sistema più scientifico. Nel mondo accademico, infatti, un'opera è considerata tanto più autorevole quanti più sono gli studiosi che la citano in altre opere. Basta sostituire la citazione con il «link» ed ecco che un sito diventa tanto più autorevole quanti più sono i link che, da altre pagine, indirizzano ad esso.
Il problema sta nel fatto che, in questo conteggio, non viene considerata l'affidabilità delle varie fonti. Può capitare, quindi, che digitando la parola «Olocausto» si finisca in un sito «suggerito» da migliaia di pagine neo-naziste. In definitiva, insiste Baricco, il peccato originale di Google è l'aver trasformato la cultura nel «commerciale»: non conta ciò che è vero, ma quello che è più «gettonato».
Peccato veniali, si dirà. E poi, chiunque cerchi di trovare difetti nelle nuove tecnologie viene considerato retrogrado o conservatore. Gli inventori di Google hanno cercato di difendersi anche da questo, facendo del motto «don't be evil» (non essere cattivo) il loro slogan. L'ultima trovata, in questo senso, è stata quella di creare delle homepage alternative del sito che avessero uno sfondo nero e che, in questo modo, risparmiassero elettricità e salvaguardassero la salute del pianeta e gli occhi dell'utente.
Ma se il mondo creato da Page e Brin è così dorato, perché cresce sempre di più il partito degli «anti-google»? Proviamo a dare delle risposte.
Google censura alcuni siti. I suoi creatori non ne hanno mai fatto mistero. Si tratta di pagine di satanisti, nazisti, pedofili o quant'altro. Ma - citiamo da «GoogleCrazia», un volume pubblicato quest'anno da un gruppo di giornalisti italiani - esiste un'altra forma di censura, più sottile e subdola, che si basa su un principio molto semplice: l'utente che, dopo aver effettuato una ricerca, ottiene decine di migliaia di risultati, normalmente non va oltre i primi trenta link trovati. Posizionare un sito al 1259° posto anziché al dodicesimo significa condannarlo all'invisibilità. Se questo accadesse secondo le regole dell'algoritmo prima spiegate, non ci sarebbe niente di male. Ma, accusano gli autori, cosa accadrebbe se le migliori posizioni in «graduatoria» fossero pagate profumatamente dalle aziende commmerciali? Non verrebbe meno il concetto stesso di libertà che dovrebbe essere alla base di ogni navigazione internet?
Queste accuse - fatte anche da Renato Soru, fondatore di Tiscali - sono tutte da verificare, ma ci sono altri casi in cui le censure sono ammesse dagli stessi gestori di Google. Quando il motore di ricerca è sbarcato sul mercato cinese è sceso a patti con il regime di Pechino. Tutt'oggi, gli utenti di quel Paese non possono accedere a notizie riguardanti la situazione del Tibet o a siti di quotidiani stranieri che descrivono come vengono calpestati i diritti umani in Cina. Tra i termini che, digitati sul motore di ricerca, non danno risposte appropriate, ci sono: Taiwan China, equality, democracy China, dissident China, revolution, freedom China e via dicendo. I creatori si sono difesi sostenendo che tutte le censure sono comunque segnalate agli utenti e che questo compromesso con il regime è un prezzo da pagare pur di mettere a disposizione anche dei cinesi uno strumento fondamentale e moderno. Ai posteri l'ardua sentenza.
Infine c'è il problema della privacy, ma per affrontarlo c'è bisogno di una piccola premessa. La prima caratteristica in cui Google si è differenziato dagli altri motori di ricerca è stata la limpidezza della homepage. Non c'era e non c'è su di essa nessun banner pubblicitario.
La situazione cambiò - lo racconta sempre il libro «GoogleCrazia» - quando i creatori del motore di ricerca decisero di lanciarsi nell'affare della posta elettronica creando il software «Gmail». Un servizio gratuito per gli utenti che dovevano solo accettare che a ogni e-mail ricevuta venissero allegati uno o più banner pubblicitari. Per Google era un piccolo cambio di rotta, ma in realtà questo tipo di pratiche erano usate già da molte altre aziende on-line. L'errore di Page e Brin fu quello di voler portare alle estreme conseguenze il principio della «targettizzazione» dell'utente. In breve, i clienti Gmail si accorsero che la pubblicità allegata era strettamente attinente al contenuto della e-mail. Troppo attinente. Come se qualcuno avesse sbirciato nella loro corrispondenza. I creatori si difesero sostenendo che tutta l'operazione era svolta da calcolatori elettronici e che nessun essere umano leggeva le mail.
Ma il discorso della privacy può essere trattato anche dal punto di vista dei «cookie». Che sono, sostanzialmente, delle piccole banche dati che memorizzano tutto quello che fa, mentre è connesso a Internet, un utente che usa un determinato computer. Una sorta di carta d'identità multimediale. Queste informazioni sono in possesso di Google che, come ammettono gli stessi creatori, le «condivide» con altre aziende, chiedendo che di esse si faccia un uso rispettoso della privacy. Le conseguenze di questa pratica le spiega ironicamente Aldo Sciacca nella raccolta di racconti «Arcipelago Google»: «Se un giorno qualcuno dovesse chiedersi perché ho visto su Youtube duemilacinquecento volte gli ultimi quattro minuti di Italia-Germania (semifinale dei Mondiali del 2006, ndr) nelle telecronache di tutti i paesi immaginabili (…) cosa potrebbe pensare di me? Che corrispondo a un modello di consumo maniaco-ossessivo? Che non sono adatto a ricoprire certi ruoli?».
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10/09/2008