Dopo pochi minuti trascorsi nella zona si è tentati di liquidare tutto come l'ennesima faccia del degrado nella periferia della Capitale. Sporcizia, rifiuti, ragazzini in motorino senza casco, cattivi odori, verde abbandonato, enormi casermoni popolari grigiofumo, autobus che non passano mai, così come le volanti della polizia o le gazzelle dei carabinieri. Niente di diverso, insomma, da quello che si vede da tante altre parti. Ma basta guardarsi meglio attorno, scambiare poche chiacchiere con i commercianti, i ragazzi, gli immigrati, per accorgersi che qui, a Tor Bella Monaca, la caratteristica determinante sta in quello che non c'è. Il grande assente, lo Stato.
La criminalità ha sposato in pieno, anche se su scala ampiamente diversa, quella che era la strategia di Provenzano per la mafia. Evitare clamori, agire sottotraccia, smetterla con le bombe perché là dove c'è allarme sociale è più difficile condurre in tranquillità i propri malaffari. Il pestaggio del cinese, in questo contesto, è stato piuttosto un imprevisto. «Il razzismo qui non c'è mai stato - spiega un commerciante. Basta guardarsi attorno per vedere quanti stranieri vivono nel quartiere senza problemi». Sono tanti, è vero. E sono gli stessi che sottolineano come si sentano tranquilli. «La mia gente - racconta un marocchino - è sempre stata rispettata. Noi non abbiamo paura. A volte quelli che vengono dal Bangladesh vengono un po' presi in giro perché non parlano bene l'italiano, e c'è qualche insulto, ma nulla più». «Quello che è successo - aggiunge di nuovo il commerciante - è un fatto isolato, colpa di quattro balordi, e c'è da giurare che i "capi", quelli che comandano davvero in zona, gliela faranno pagare a quei ragazzini». «In certi casi - conclude - loro arrivano prima e in maniera più efficace della polizia».
La polizia, appunto. In quasi due ore non si vede passare mai una volante. Qui la tolleranza-zero di Alemanno sembra aver subito un brusco stop. «Non basta aumentare di un'unità le pattuglie - si lamentano i residenti - ci vorrebbero interventi strutturali. Le forze andrebbero decuplicate. Qualcuno deve spiegarci perché qui, nel quartiere più popoloso di Roma, non c'è neanche un commissariato. Servirebbe sicuramente di più che a Centocelle».
Ma cosa potrebbero fare pochi agenti se ci sono strade, via Amico Aspertini e via dell'Archeologia su tutte, dove «la polizia non deve e non può entrare»?
«È come nei Quartieri Spagnoli di Napoli». Lo dice un barista nato a San Giuseppe Vesuviano. «Se vuole può anche andarci, ma non si illuda di fare il giornalista, lì è meglio evitare le domande».
In via dell'Archeologia le palazzine popolari si stendono quasi a perdita d'occhio. Vi vivranno decine di migliaia di persone. «La popolazione è ulteriormente aumentata - ci spiegano - da quando c'è stato l'indulto. Molti criminali sono tornati a casa e forse sarebbe meglio se al posto di tante porte ci fossero le sbarre».
Non ci sono negozi, solo ampi cortili nei quali, a qualsiasi ora del giorno, può succedere di tutto. Il verde è tanto. Forse chi ha progettato il quartiere lo pensava simile a un bel parco. Poi nessuno si è preoccupato di curare i giardini e adesso assomigliano di più a una discarica. In quelle case si curano i principali affari della malavita. Le rapine, innanzitutto, lì pianificate ma da mettere in atto esclusivamente fuori dai confini del quartiere, tant'è che i commercianti della zona si dicono tranquillissimi, «basta rispettare per essere rispettati». E la droga, vero business di Tor Bella Monaca. Allo spaccio, però, non sono state applicate le stesse regole territoriali. Sono tante le siringhe nei giardini, sono tanti i giovani segnati nel corpo alle fermate degli autobus che si guardano intorno con aria circospetta e che dimostrano dieci anni di più di quelli che hanno.
All'inizio della strada ci sono le uniche tracce di attività pubbliche. Un bar, una merceria, l'ufficio legale degli inquilini e la sede del Pd. Sembrerebbe quasi una contraddizione. Là dove lo Stato si è arreso, alcuni militanti politici resistono. Ma la sede è chiusa, l'esterno sporco, il numero civico disegnato a mano. Solo alcune cicche per terra testimoniano il «passaggio» di qualcuno. Ma qui nessuno pulisce mai, potrebbero essere molto vecchie.
In viale Duilio Cambellotti, a pochi metri dal marciapiede dove Tong Hong-shen è stato picchiato, la strada passa sotto un cavalcavia. Sulle pareti c'è una grossa scritta: «Perché lavori??». Così, con due punti interrogativi. A mezz'ora di metropolitana e un'altra mezz'ora di autobus dal centro di Roma, c'è un quartiere dove l'onestà diventa ostinazione, impegno, coraggio. Ma dove lo Stato non c'è. E la via del crimine è molto più facile. E allora, «Perché lavori??».
Vai alla homepage
04/10/2008