Queste le parole di Mauro Pibiri, fratello dell'ultima vittima della guerra in Iraq, poco dopo che il leader dei Comunisti italiani, Oliviero Diliberto, recatosi alla camera ardente, a pochi metri dalla salma di suo fratello, si era tra l'altro chiesto perché i militari italiani non venissero ritirati prima dell'autunno. «Io sono un ufficiale di complemento in congedo, essere militare vuol dire dedicare la propria vita agli altri e al proprio paese. Il compenso che si percepisce è niente di fronte alla vita che si rischia di perdere. Mio fratello - ha aggiunto parlando con i giornalisti fuori dalla camera ardente e senza mai citare direttamente Diliberto - ci credeva ciecamente, l'ha scelto lui di andare e noi siamo stati orgogliosi della sua scelta e non l'abbiamo mai ostacolato». Mauro Pibiri ha poi ricordato che «molti non vedono quanto gli italiani stanno facendo in Iraq, portando luce e acqua e aiutando le imprese del posto a ricostruire e generare lavoro, molti vedono solo l'italiano che va a farsi saltare in aria. Ma non è così, noi italiani siamo andati lì per cercare di fare qualcosa di buono». Il fratello del giovane militare ucciso ha ribadito: «Sono molto orgoglioso di mio fratello e anche mio padre, che ha parlato in un momento di sconforto, è orgoglioso di lui e non ha mai ostacolato le sue scelte, la scelta di un lavoro rischioso che non è solo un modo di guadagnarsi il pane, ma una scelta di vita».