La guerra una passione inutile. All'Angelus Papa Benedetto XVI, nella piazza della Basilica inferiore di S. Francesco, fa sue le parole, pronunciate cinque anni fa, da Giovanni Paolo II nello stesso luogo, a pochi mesi dal crollo delle Torri Gemelle di New York, in un clima cupo attraversato dallo spettro di un terrorismo globale di matrice fondamentalista. A quell'incontro, l'ultimo di una grande offensiva di pace del grande pontefice scomparso, era presente anche l'allora cardinale Joseph Ratzinger. E fra i capolavori di Papa Wojtyla va incastonato anche la presenza del Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il messaggio finale, pronunciato dopo una giornata di testimonianze e di preghiere da tanti leaders religiosi (era il 26 gennaio 2002) si è impresso a lettere di fuoco nelle mente di Joseph Ratzinger. Con il sole che gioca per gli intricati rami di pietra che solcano le pendici del monte Subasio e davanti al Presidente del Consiglio Romano Prodi, ai vescovi umbri, ai frati francescani e a duemila fedeli, il pensiero del Papa va alla Terra Santa, «tanto amata da S. Francesco», a tutti coloro che piangono e soffrono, all'Iraq, al Libano, all'intero Medio Oriente. «Le popolazioni di quei Paesi - aggiunge Benedetto XVI - conoscono, ormai da troppo tempo, gli orrori dei combattimenti, del terrorismo, della cieca violenza, l'illusione che la forza possa risolvere i conflitti, il rifiuto di ascoltare le ragioni dell'altro e di rendergli giustizia». Il Papa chiede di «farsi strumenti di pace attraverso i mille piccoli atti della vita quotidiani», e ai responsabili di essere animati da un «amore appassionato e da una volontà indomita di raggiungere pace e riconciliazione». È lo «spirito di Assisi» che torna prepotente nell'animo di Papa Benedetto, quello stesso che sgorgò, nel 1986, da una intuizione profetica e da un momento di grazia di Giovanni Paolo II. Esso non significò relativismo o indifferentismo religioso, irenismo a buon mercato. «Assisi - sottolinea il Papa teologo - ci dice che la fedeltà alla propria convinzione religiosa, la fedeltà soprattutto a Cristo crocifisso e risorto non si esprime in violenza e intolleranza, ma nel sincero rispetto dell'altro, nel dialogo, in un annuncio che fa appello alla libertà e alla ragione». La forza di Francesco sta tutta nell'annuncio di Cristo, via, verità e vita dell'uomo, «unico Salvatore del mondo». Assisi è un'arca di pace per chi crede e non crede, ma le sue fondamenta, ribadisce con altrettanta convinzione il vescovo di Roma, sono nel Vangelo. La quinta visita pastorale del Papa in Italia si snoda fra questi sottili distinguo e si trasforma in un «pellegrinaggio dell'anima». Dodici ore che toccano ogni punto della geografia francescana. Il santuario di Rivotorto; il santuario di San Damiano; la cappella delle monache clarisse; la sosta davanti al Comune; la messa in Piazza S. Francesco; la preghiera sulla tomba del santo; la cattedrale di San Rufino e il battistero dove Chiara e Francesco furono battezzati e, a conclusione, l'incontro coi giovani davanti la Basilica di Santa Maria degli Angeli; il raccoglimento alla Porziuncola dove Francesco accolse «sorella morte». Il filo rosso è la conversione avvenuta, secondo i biografi dell'epoca, otto secoli fa dopo «una vita mediocre e sognatrice, improntata alla ricerca di gioie e successi mondani». Benedetto XVI, come per sant'Agostino a Pavia, si sente quasi stregato da queste parabole di conversioni. Il cambiare radicalmente vita dopo aver incrociato la Parola di Dio, la ricerca di una felicità non effimera, lo spogliarsi di tutto, l'amore verso l'intero creato. Vite esemplari, distillato prezioso per i cristiani di oggi che annaspano nel buio di una fede che sta perdendo di incisività sul piano sociale. Ed ecco, nell'omelia alla messa, il parallelismo fra il re Davide, accecato dalla passione p