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Giuseppe De Carli "Giuro di servire fedelmente, lealmente e ...

Giuseppe De Carli
"Giuro di servire fedelmente, lealmente e amorevolmente il Sommo Pontefice Benedetto XVI ed i suoi legittimi Successori, come pure di dedicarmi a loro con tutte le forze, sacrificando ove occorra, anche la vita per la loro difesa.

Assumo del pari questi impegni riguardo al Sacro Collegio dei Cardinali per la durata della Sede vacante. Prometto inoltre al Capitano Comandante e agli altri miei superiori rispetto, fedeltà e ubbidienza. Lo giuro. Che Iddio e i nostri Santi Patroni mi assistano". È la - solenne formula del giuramento che domani, 6 maggio alle ore 17,00, nella cornice del Cortile di San Damaso in Vaticano, pronunceranno trentaquattro nuove guardie svizzere. Presenti prelati d'alto rango della Santa Sede, la banda delle Guardie Svizzere, il comandante del corpo militare più famoso del mondo, personalità della Confederazione Elvetica, familiari delle reclute e ex-commilitoni di solito emozionati o con le lacrime agli occhi. Le reclute, con la divisa d'ordinanza, la corazza ed il morrione (il cappello piumato bianco delle grandi occasioni), si fanno avanti e ciascuna, con la mano sinistra sulla bandiera della Guardia e la destra alzata con le tre dita aperte, quale simbolo della Trinità, conferma e giura. È un giuramento urlato, ruvido e militaresco, a gambe divaricate. Si giura in tedesco, francese, italiano o romancio/ladino, le lingue nazionali della Svizzera. Fedeltà, lealtà, coraggio fino allo spargimento del sangue. La cerimonia assume i connotati di un rito quasi sacramentale, perché non si tratta di porsi a difesa di uno Stato, bensì dell' "Augusta persona del Sommo Pontefice", del principe degli Apostoli, del Vicario di Cristo in terra.
Fu nel lontano 1506 (cinquecentodue anni fa) che gli "helvetii" vennero chiamati a Roma. Pontefice regnante era Giulio II. Gli svizzeri, per la loro forza d'animo, i nobili sentimenti e la fedeltà proverbiale, erano ritenuti invincibili. Mercenari, certo, al soldo dei principi e dei regnanti di quell' epoca turbolenta e insanguinata, ma pur sempre il meglio degli eserciti che scorrazzavano per l'Europa. "Muraglie semoventi, irte di ferro e impenetrabili", figli di "un popolo di guerrieri" così vengono definiti dagli storiografi del XVI secolo.
Niccolò Machiavelli, segretario della Cancelleria della Repubblica Fiorentina, ne fu stregato. Il 6 maggio 1527 il "Sacco di Roma" da parte dei lanzichenecchi. Dei 189 svizzeri se ne salvano solo 42, quelli che all'ultimo momento accompagnano Clemente VII nel rifugio di Castel Sant'Angelo attraverso il Passetto di Borgo, un corridoio segreto costruito da Alessandro VI nel muro che collegava il colle Vaticano con Castel Sant'Angelo. E il giuramento, da secoli, cade il 6 maggio, a memoria di quel lontano e indimenticato martirio. Come era la loro uniforme? "Vestiti usque ad calceas" erano calzati e vestiti, all'inizio, probabilmente con la croce bianca svizzera e le chiavi papali incrociate. In seguito il Corpo adotterà la divisa con i colori dei Medici (blu, rosso, giallo), non disegnata da Michelangelo, come si ritiene, ma secondo la moda dei signori di Firenze. Con la radicale riforma post-conciliare di Papa Paolo VI (1970) si assiste alla soppressione di tutti i corpi militari a servizio della Santa Sede (fra cui le scenografiche Guardia d'onore e Guardia Palatina). Con un guizzo Montini salva la Guardia Svizzera, per ragioni storico-ideali e per non togliere quel pizzico di pittoresco che manda in visibilio i turisti ed i pellegrini di ogni continente.
La difesa personale del Papa rimane un privilegio e una enorme responsabilità affidata alla Guardia Svizzera. I criteri di ammissione sono rigorosi: essere cittadino svizzero, fede cattolica, reputazione irreprensibile, età compresa fra i 19 e 30 anni, altezza non inferiore a 174 centimetri, non sposato, maturità di scuola media superiore. Il motto del Corpo è immutato nei secoli: "Acriter et Fideliter", onore e fedeltà. Una sola, terribile macchia, esattamente dieci anni fa col triplice omicidio-suicidio in Vaticano.
L'assassinio del nuovo Comandante e della moglie, da parte di una giovane guardia, getta una luce sinistra. Un "buco nero" degno di un giallo fra i più complessi ed efferati. Il tempo ha però sanato ferite dolorose e a tutt'oggi la Guardia Svizzera si presenta, sotto i riflettori, aureolata di fama e di gloria. Un giorno san Pio X disse: "Il nostro cannone deve rimanere al suo posto, in cantina, perché il Vaticano non verrà difeso dai cannoni". È - a ben vedere - il paradosso di un esercito che non deve usare le armi. Preparato, sì, anche con i più sofisticati sistemi di difesa ed offesa, ma senza manifestazioni di violenza ed oppressione. I centodieci "soldati del Papa" vivono in una caserma-dormitorio a ridosso dell'ingresso di Porta Sant'Anna in Vaticano. Disciplina ferrea e una giornata cadenzata. Turni di otto ore a presidiare, in modo particolare, gli ingressi del piccolo Stato e il Palazzo Apostolico. Le Logge fino all'appartamento del pontefice. Presenza alle grandi cerimonie presiedute dal Papa in Piazza San Pietro e nella Basilica Vaticana e picchetti d'onore per accogliere gli ospiti illustri. Etichetta e divertissement. Ecco la banda del Corpo, le partite di calcio giocate con la vigilanza vaticana, le uscite serali alla scoperta di una città intrigante e ammaliatrice come Roma. Non si contano le guardie che, trafitte da Cupido, hanno deciso di vivere nella città eterna.
La cartolina ufficiale è però quella di una milizia fortemente motivata da convinzioni religiose, che mette a disposizione della Santa Sede l'intelligenza, la prestanza fisica, la preparazione intellettuale e, il che non guasta, la giovinezza.

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05/05/2008










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