Assumo del pari questi impegni
riguardo al Sacro Collegio dei Cardinali per la durata
della Sede vacante. Prometto inoltre al Capitano Comandante
e agli altri miei superiori rispetto, fedeltà e ubbidienza.
Lo giuro. Che Iddio e i nostri Santi Patroni mi assistano".
È la - solenne formula del giuramento che domani, 6 maggio
alle ore 17,00, nella cornice del Cortile di San Damaso in
Vaticano, pronunceranno trentaquattro nuove guardie
svizzere. Presenti prelati d'alto rango della Santa Sede,
la banda delle Guardie Svizzere, il comandante del corpo
militare più famoso del mondo, personalità della
Confederazione Elvetica, familiari delle reclute e
ex-commilitoni di solito emozionati o con le lacrime agli
occhi. Le reclute, con la divisa d'ordinanza, la corazza ed
il morrione (il cappello piumato bianco delle grandi
occasioni), si fanno avanti e ciascuna, con la mano
sinistra sulla bandiera della Guardia e la destra alzata
con le tre dita aperte, quale simbolo della Trinità,
conferma e giura. È un giuramento urlato, ruvido e
militaresco, a gambe divaricate. Si giura in tedesco,
francese, italiano o romancio/ladino, le lingue nazionali
della Svizzera. Fedeltà, lealtà, coraggio fino allo
spargimento del sangue. La cerimonia assume i connotati di
un rito quasi sacramentale, perché non si tratta di porsi a
difesa di uno Stato, bensì dell' "Augusta persona del Sommo
Pontefice", del principe degli Apostoli, del Vicario di
Cristo in terra.
Fu nel lontano 1506 (cinquecentodue
anni fa) che gli "helvetii" vennero chiamati a Roma.
Pontefice regnante era Giulio II. Gli svizzeri, per la loro
forza d'animo, i nobili sentimenti e la fedeltà
proverbiale, erano ritenuti invincibili. Mercenari, certo,
al soldo dei principi e dei regnanti di quell' epoca
turbolenta e insanguinata, ma pur sempre il meglio degli
eserciti che scorrazzavano per l'Europa. "Muraglie
semoventi, irte di ferro e impenetrabili", figli di "un
popolo di guerrieri" così vengono definiti dagli
storiografi del XVI secolo.
Niccolò Machiavelli,
segretario della Cancelleria della Repubblica Fiorentina,
ne fu stregato. Il 6 maggio 1527 il "Sacco di Roma" da
parte dei lanzichenecchi. Dei 189 svizzeri se ne salvano
solo 42, quelli che all'ultimo momento accompagnano
Clemente VII nel rifugio di Castel Sant'Angelo attraverso
il Passetto di Borgo, un corridoio segreto costruito da
Alessandro VI nel muro che collegava il colle Vaticano con
Castel Sant'Angelo. E il giuramento, da secoli, cade il 6
maggio, a memoria di quel lontano e indimenticato martirio.
Come era la loro uniforme? "Vestiti usque ad calceas" erano
calzati e vestiti, all'inizio, probabilmente con la croce
bianca svizzera e le chiavi papali incrociate. In seguito
il Corpo adotterà la divisa con i colori dei Medici (blu,
rosso, giallo), non disegnata da Michelangelo, come si
ritiene, ma secondo la moda dei signori di Firenze. Con la
radicale riforma post-conciliare di Papa Paolo VI (1970) si
assiste alla soppressione di tutti i corpi militari a
servizio della Santa Sede (fra cui le scenografiche Guardia
d'onore e Guardia Palatina). Con un guizzo Montini salva la
Guardia Svizzera, per ragioni storico-ideali e per non
togliere quel pizzico di pittoresco che manda in visibilio
i turisti ed i pellegrini di ogni continente.
La
difesa personale del Papa rimane un privilegio e una enorme
responsabilità affidata alla Guardia Svizzera. I criteri di
ammissione sono rigorosi: essere cittadino svizzero, fede
cattolica, reputazione irreprensibile, età compresa fra i
19 e 30 anni, altezza non inferiore a 174 centimetri, non
sposato, maturità di scuola media superiore. Il motto del
Corpo è immutato nei secoli: "Acriter et Fideliter", onore
e fedeltà. Una sola, terribile macchia, esattamente dieci
anni fa col triplice omicidio-suicidio in Vaticano.
L'assassinio del nuovo Comandante e della moglie, da
parte di una giovane guardia, getta una luce sinistra. Un
"buco nero" degno di un giallo fra i più complessi ed
efferati. Il tempo ha però sanato ferite dolorose e a
tutt'oggi la Guardia Svizzera si presenta, sotto i
riflettori, aureolata di fama e di gloria. Un giorno san
Pio X disse: "Il nostro cannone deve rimanere al suo posto,
in cantina, perché il Vaticano non verrà difeso dai
cannoni". È - a ben vedere - il paradosso di un esercito
che non deve usare le armi. Preparato, sì, anche con i più
sofisticati sistemi di difesa ed offesa, ma senza
manifestazioni di violenza ed oppressione. I centodieci
"soldati del Papa" vivono in una caserma-dormitorio a
ridosso dell'ingresso di Porta Sant'Anna in Vaticano.
Disciplina ferrea e una giornata cadenzata. Turni di otto
ore a presidiare, in modo particolare, gli ingressi del
piccolo Stato e il Palazzo Apostolico. Le Logge fino
all'appartamento del pontefice. Presenza alle grandi
cerimonie presiedute dal Papa in Piazza San Pietro e nella
Basilica Vaticana e picchetti d'onore per accogliere gli
ospiti illustri. Etichetta e divertissement. Ecco la banda
del Corpo, le partite di calcio giocate con la vigilanza
vaticana, le uscite serali alla scoperta di una città
intrigante e ammaliatrice come Roma. Non si contano le
guardie che, trafitte da Cupido, hanno deciso di vivere
nella città eterna.
La cartolina ufficiale è però
quella di una milizia fortemente motivata da convinzioni
religiose, che mette a disposizione della Santa Sede
l'intelligenza, la prestanza fisica, la preparazione
intellettuale e, il che non guasta, la giovinezza.
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05/05/2008