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il commento

Una liberazione che sancisce la fine delle Farc

La liberazione di Ingrid Betancourt ad opera delle forze speciali colombiane è uno di quei rari eventi internazionali che hanno la capacità di colpire l'immaginazione popolare: prova ne sia lo spazio che gli hanno dedicato radio e televisioni di tutto il mondo.

Ingrid Betancourt Ma la fine dell'incubo della pasionaria franco-colombiana ha anche una grande valenza politica. Essa sanziona infatti la fine delle Farc, ultimo potente movimento di guerriglia marxista sopravvissuto alla dissoluzione dell'Urss, rafforza Alvaro Uribe, migliore alleato degli Stati Uniti a sud del Rio Negro e rende più precaria la posizione del presidente venezuelano Hugo Chavez, finanziatore occulto degli insorti e capo del fronte antiamericano composto da Ecuador, Bolivia, Cuba, Nicaragua e (con molti distinguo) Argentina.


Inoltre, porta acqua al mulino di chi ritiene che solo la forza militare - anche se in questo caso supportata dall'astuzia, dall'intelligence e da una particolare tecnologia di intercettazioni fornita dagli israeliani - e non il negoziato serve a risolvere certe situazioni. Una «resistenza» che durava da quarant'anni e che era arrivata a controllare un quinto del Paese è stata infatti sconfitta solo quando Uribe, con il decisivo sostegno americano, ha dichiarato chiusa la fase delle trattative ed è passato alla guerra senza quartiere. Negli ultimi mesi, la dirigenza delle Farc, indebolite anche dalla morte per infarto del loro leader e fondatore Manuel Marulanda, è stata decimata, e i guerriglieri hanno cominciato a consegnarsi alle autorità al ritmo di cento alla settimana.


Qualcuno ipotizza che il presidente colombiano, uscito trionfatore dalla vicenda, si sia fatto un potenziale autogol, nel senso che la Betancourt, che prima di essere presa prigioniera dalle Farc lo aveva preso nel mirino della sua guerra anticorruzione, tacciandolo di «narcoterrorista» e «guerrafondaio», ha subito dichiarato di sperare ancora di diventare presidente. Con la notorietà mondiale conferitale dalla sua lunga prigionia, Ingrid avrebbe ora senz'altro più probabilità di essere eletta di sei anni fa. Ma la signora si è affrettata ad aggiungere che adesso considera Uribe «un uomo della provvidenza» e ha inneggiato alla sua recente rielezione.


Sembrerebbe, cioè, che gli interminabili anni trascorsi nelle mani dei guerriglieri marxisti, ma anche amici e protettori dei signori della coca, l'abbiano indotta a qualche ripensamento, convertendola da posizioni radicali ad altre più moderate. Il suo ritorno sulla scena, con la meritata aureola della martire, rafforzerà comunque la già forte presenza femminile sulla scena politica sudamericana, che conta già su due capi di Stato (Cristina Fernandez in Argentina e Michelle Bachelet in Cile).
 

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Livio Caputo

04/07/2008










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