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Natalia Poggi n.poggi@iltempo.it È una carneficina, la ...

Natalia Poggi
n.poggi@iltempo.it
È una carneficina, la guerra che si combatte ogni giorno sulle nostre strade e che insieme alla strage silenziosa e incessante che, invece, si compie sui luoghi di lavoro dà all'Italia il triste primato di paese europeo dove si muore di più per incidenti stradali e di lavoro.

In pratica, da noi, le vittime sul lavoro sono quasi il doppio degli assassinati e i decessi sulle strade otto volte più degli omicidi. A lanciare l'allarme è il Censis che sottolinea pure il paradosso per cui, nonostante la drammaticità di questi dati, «gran parte dell'attenzione pubblica si concentra sulla dimensione della sicurezza rispetto ai fenomeni di criminalità». Infatti gli omicidi in Italia continuano a diminuire. Sono passati da 1.042 casi nel 1995 a 818 nel 2000, fino a 663 nel 2006: il 36,4% di delitti in meno in 11 anni (Italia meno delittuosa, dunque, del resto d'Europa: 879 casi in Francia, 727 in Germania e 901 casi nel Regno Unito).
Invece nel 2007, spiega il Censis, sono stati 1.170 i decessi per motivi di lavoro in Italia, di cui 609 per infortuni stradali, o lungo il tragitto casa-lavoro o in strada durante l'esercizio dell'attività lavorativa. L'Italia è di gran lunga il Paese europeo dove si muore di più sul lavoro: in Germania se ne contano 678, in Spagna 662, in Francia 593. Ancora più dolenti le note sul fronte degli incidenti stradali: nel 2006 sono stati 5.669, più che in Paesi maggiormente popolati come il Regno Unito (3.297), la Francia (4.709) e la Germania (5.091). Nel 1995 la Germania era la «maglia nera» in Europa, con 9.454 morti in incidenti: in un decennio i tedeschi, grazie ad una seria politica di prevenzione, hanno drasticamente abbassato il numero dei decessi. La riduzione c'è stata pure da noi (i morti erano 7.020 nel 1995, 6.649 nel 2000, fino agli attuali 5.669), ma non in maniera così rapida.
«Eppure gran parte dell'impegno politico degli ultimi mesi - ha osservato Giuseppe Roma, direttore generale del Censis - è stato assorbito dall'obiettivo di garantire la sicurezza dei cittadini rispetto al rischio di subire crimini violenti». Insomma, ha proseguito, «è evidente la sfasatura tra pericoli reali e interventi concreti per fronteggiarli. Il luogo di lavoro e la strada mancano ancora di presidi efficaci per garantire la piena sicurezza dei cittadini, e spesso si pensa che perdere la vita in un incidente stradale sia una fatalità. I dati degli altri paesi europei dimostrano che non è così».
Sulla stessa linea d'onda la posizione delle associazioni che si battono, da anni, per la sicurezza stradale: «Occorre - dice Carmelo Lentino, portavoce della campagna nazionale BastaUnAttimo - dare maggiori risorse che siano utilizzate soprattutto a far capire alle persone la tragicità della situazione e per sensibilizzare in modo costante e permanente chi si mette al guida di un auto o delle due ruote. Siamo davanti a una media di 15 morti al giorno. Serve cambiare rotta». Del resto « tempo fa - prosegue Lentino - l'Onu avevo lanciato l'allarme che gli incidenti stradali uccidono come l'aids, la malaria e la tubercolosi».
Sull'altro fronte, quello delle morti bianche, i dati del Censis «dimostrano come la sicurezza sul lavoro debba rimanere al centro dell'agenda di governo. Anche oggi due lavoratori sono rimasti feriti» commenta invece il segretario generale dell'Ugl Renata Polverini «Vanno moltiplicati i controlli affinchè siano costanti e capillari - spiega la Polverini - anche con una maggiore mobilità territoriale degli ispettori. Le norme devono essere applicate con rigore». Provocatoria, infine, la proposta di "Peacereporter", l'agenzia telematica vicina ad Emergency: «Di fronte ai numeri riguardanti i morti sul lavoro, il ministro della Difesa La Russa dovrebbe mandare i militari nei cantieri piuttosto che a pattugliare le strade».

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06/08/2008










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