Ora, la battaglia-strage di Mumbai, lo straordinario livello di preparazione militare dei terroristi, gli evidenti legami con settori dell'Isi, il servizio segreto pakistano, pubblicamente denunciati dal premier indiano Singh, mettono Obama alla prova.
È infatti evidente che non può attendere il 20 gennaio per prendere posizione, per assumere iniziative, ovviamente concordate con l'amministrazione uscente. La carneficina di Mumbai dimostra in via definitiva quanto alcuni - pochi - analisti denunciavano da tempo: importanti settori delle Forze Armate e dell'Isi pakistana sono complici del terrorismo islamico e costituiscono il «baricentro» della instabilità dell'area che va dall'Afghanistan al Bangladesh. Il dramma è che questo «volano» pakistano, che offre protezione ai terroristi islamici (e che «inventò» i Talebani di Kabul) ha potuto agire indisturbato dopo l'11 settembre grazie alla complicità del regime di Parwez Musharraf e poi grazie alla debolezza del suo successore Zerdari, vedovo di quella Benazir Bhutto che per prima permise negli anni '90 che l'Isi «covasse» i Talebani.
È stato questo il principale errore dell'amministrazione Bush, peraltro mai contestato da nessun Democratico. Obama è dunque obbligato a tentare di tagliare la testa dell'Idra, ma non ha idea di come fare. Da 30 anni, infatti, gli Usa, per sciagurata iniziativa del democratico Billy Carter (che appoggiò il golpe del generale Zia ul Haq contro Alì Bhutto), persistono nel tragico errore di ignorare le conseguenze dello spostamento di larga parte dell'èlite militare pakistana sulle posizioni fondamentaliste, di Abu Ala al Mawdudi, il «Khomeini sunnita», che ispirò la trasformazione del Paese in uno Stato Islamico dogmatico.
L'illusione che la fragile componente «laica» della èlite pakistana sapesse contrastare questa componente fondamentalista, che ha poi fiancheggiato il terrorismo islamico - intralciando la stessa guerra in Afghanistan - sì è sfarinata a Mumbai (ed è certo che settori dell'Isi siano stati complici dell'attentato contro l'ambasciata dell'India di Kabul del luglio scorso).
L'unica strada ipotizzabile dovrebbe portare il governo pakistano a chiedere aiuto all'India e agli Usa per operare un'amputazione di parte dei suoi vertici militari e dei Servizi (il capo dell'Isi è stato bruscamente convocato a Dehli dal premier indianio Singh in questa prospettiva). È una strada impervia, a causa del tradizionale odio dell'opinione pubblica dei due Paesi nei confronti dell'India e degli Usa. Ma non ha alternativa.
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29/11/2008