La sesta sezione penale della Cassazione ha infatti deciso che la procura di Milano era «incompetente» a istruire il processo Sme. Per questo ha disposto il trasferimento del fascicolo processuale alla procura di Perugia e ha annullato entrambe le sentenze di merito, di primo e secondo grado, emesse dai giudici milanesi. Alla base della sentenza la scelta di Milano di non trasferire subito gli atti (cosa che hanno sempre sostenuto le difese) alla Procura di Roma. Una decisione dovuta visto che tutti gli imputati avevano la residenza nella Capitale. Così Cesare Previti, Attilio Pacifico e Renato Squillante che nei primi gradi di giudizio erano stati condannati rispettivamente a cinque, quattro e sette anni, vedono in un sol colpo cancellate le loro pene. Ora il fascicolo torna al pm, il quale - sulla base delle indagini svolte a Milano - potrà depositare gli atti delle indagini preliminari e riformulare la richiesta di rinvio a giudizio nei riguardi di Cesare Previti, Attilio Pacifico e Renato Squillante. Ma se si supererà il prossimo mese di aprile, sarà lo stesso pm a chiedere al gip di archiviare la vicenda per prescrizione dei reati. Lo sa bene l'intero collegio difensivo di Previti che, ovviamente, canta vittoria. «Il Tribunale di Perugia dichiarerà la prescrizione del reato» commenta Giuseppe Gianzi il quale ricorda che, in base ai calcoli degli stessi giudici, il termine della prescrizione è fissato all'aprile 2007 «quindi il processo si dichiarerà prescritto subito». «Questa decisione della Cassazione è per noi una soddisfazione enorme e incredibile» gli fa eco l'avvocato Giorgio Perroni. Mentre l'avvocato Alessandro Sammarco si toglie qualche sassolino dalle scarpe. «Finalmente - commenta - la Cassazione ha riconosciuto quello che abbiamo sostenuto negli ultimi dodici anni ed è un sconfitta totale per il pm Boccassini: che il processo si doveva fare a Perugia. Questa decisione dimostra che era giusto difendersi dal processo perché quel processo era ingiusto». «Lo Stato - prosegue - ha sostenuto delle spese enormi per un processo che non si poteva e doveva fare a Milano: è sconcertante». E a Milano tutto tace. «Non ho nulla da dire» è il commento dell'ex pm del pool «Mani Pulite» Gherardo Colombo che, con la collega Ilda Boccassini, ha condotto le indagini e il processo di primo grado che portò alla condanna di Cesare Previti e degli altri imputati. Il processo Sme nasce nel 1995 quando Stefania Ariosto, il teste «Omega», inizia a collaborare con la Procura di Milano e parla di un sistema di corruzione con il quale la Fininvest di Silvio Berlusconi avrebbe tenuto «a libro paga» i giudici romani per sistemare le cause sugli interessi del suo gruppo. Il verdetto era arrivato 8 anni dopo, il 22 novembre 2003, con le condanne di Previti, Pacifico e Squillante. Oggi, tutto torna al punto di partenza. Anche se, per la procura di Perugia, ogni valutazione è, al momento, prematura. «Per ora abbiamo solo notizie giornalistiche - è il commento del procuratore Nicola Miriano - e dobbiamo quindi prima vedere le carte. La procura di Perugia ha una certa dose di energia e qualità che impieghiamo in ogni processo e lo stesso faremo per questo. Senza squilibri». Chi invece si lancia in valutazioni è ovviamente il mondo politico. «La sentenza della Cassazione conferma tutti i pesantissimi dubbi che abbiamo sempre avuto sulla condotta della magistratura milanese» commenta il coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi. «Per anni - sottolinea - è stata messa in piedi una gogna giudiziaria nei confronti di Cesare Previti, senza che la procura del capoluogo lombardo fosse neanche competente ad indagare, come oggi ha certificato la Suprema Corte. Non appena un giudice si è potuto esprimere senza condizionamenti o implicazioni politiche la ragionevolezza e la serietà hanno avuto la meglio». Per il capogruppo di An alla Camera Ignazio La Russa non si tratta certo di «un fulmine a ciel sereno. Basta rileggersi gli atti processual