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Spettacoli

Visto dal critico
Emoziona la storia dei due fratelli Intensa interpretazione di Germano

di GIAN LUIGI RONDI MIO FRATELLO È FIGLIO UNICO, di Daniele Luchetti, con Elio Germano, Riccardo Scamarcio, Luca Zingaretti, Angela Finocchiaro, Italia, 2007.

DUE fratelli nel decennio Sessanta-Settanta. Così diversi fra loro che ciascuno, dell'altro, può dire che è figlio unico: come nella canzone di Rino Gaetano. Vivono a Latina, in una famiglia quasi proletaria, simili soltanto nell'aggressività. Il minore, Accio (che è anche la voce narrante), la risolve, dopo una fugace esperienza di seminario, diventando un picchiatore fascista, sotto la guida di un cattivo maestro. Manrico, il maggiore, che è operaio, è diventato comunista, sempre primo e il più animoso quando si tratta di tenere comizi e proclamare scioperi. Naturalmente le loro divergenze finiscono per metterli con violenza l'uno contro l'altro, anche più tardi perché quando Accio, mutando di campo, diventerà un extraparlamentare, Manrico, andando oltre, sceglierà la lotta armata entrando addirittura in clandestinità. Nonostante una giovane donna gli abbia appena dato un bambino. Un contrasto che Daniele Luchetti, riscrivendolo con Rulli e Petraglia sulle orme di un romanzo non eccelso, ha saputo costruire con forti implicazioni psicologiche, lasciando che quel decennio sociale e politico pur tanto tormentato rimanesse intenzionalmente di sfondo perché, a spiccarvi in mezzo, fossero soprattutto i personaggi che si avvicendano in quella cornice provinciale da cui venivano fatti emergere. Intanto i due fratelli, diversi anche nei loro rapporti con le donne, Accio timidissimo e alle sue prime esperienze sessuali, Manrico non solo sempre pronto a sedurre, ma fiero delle sue doti di seduttore. Entrambi, però, pur tra dispute, ripicche e spesso anche botte, legati da un vincolo che, nel corso di quei dieci anni di scontri, è analizzato in tutte le sue sfaccettature più riposte. Ora con strappi quasi laceranti, ora, al contrario, con note raccolte e sommesse. Esattamente collegandosi con il disegno -ora corale ora individuale- degli altri caratteri attorno, nel privato e nel pubblico. Con un realismo di cronaca che sa accogliere, ma sempre con modi asciutti, sia la tensione dei sentimenti sia quelle di certe impennate intrise di maliziosa ironia. prima fra tutte, quell'Inno alla Gioia della IX di Beethoven modificato con lodi a Mao, a Lenin e a Marx... Partecipano direttamente di questi felici risultati due interpreti molto attenti nell'aderire con naturalezza alle opposte fisionomie che sono stati chiamati a ricreare. Elio Germano, come Accio, fra abili impacci, improvvise tenerezze, furbe gradassate. Sempre con misura. Riccardo Scamarcio un Manrico impetuoso, deciso, ma anche attraversato da fragilità segrete. Espresse non di rado con finezza. Non dimentico, insieme con loro, Luca Zingaretti, il "cattivo maestro", e Angela Finocchiaro, la madre spesso angustiata dei due.









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