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Spettacoli

Da venerdì «Piano, solo» di Riccardo Milani
Rossi Stuart: io genio «maledetto» per amore del jazzista Luca Flores

ASSOLUTAMENTE straordinaria l'interpretazione di Kim Rossi Stuart nei panni del jazzista Luca Flores, nel film che racconta la vita del musicista, "Piano, solo" di Riccardo Milani, da venerdì in 130 sale distribuito da 01.

E certo, Rossi Stuart, lavorando a questa parte, ha rispolverato quel suo - altrettanto memorabile - ruolo in "Senza pelle" (1993) di Alessandro D'Alatri, storia di un disagiato mentale. Anche Luca Flores, geniale musicista italiano, morto suicida nel 1995, poco prima di compiere 40 anni, aveva purtroppo subìto i disagi della sua mente in un percorso esistenziale e artistico che lo ha trascinato verso il buio. Flores, così come descritto nel libro "Il disco del mondo" (Rizzoli) di Walter Veltroni da cui è tratto il film, era triste, ombroso, taciturno e geniale. Permeato di quei ricordi legati a un passato che - secondo l'interpretazione del regista Milani - ha generato in lui dei profondi e infernali sensi di colpa. Difficili i suoi rapporti con il padre (Michele Placido), geologo spesso assente. Mentre il nodo del suo malessere potrebbe risalire alla morte della madre Jolanda (Sandra Ceccarelli) travolta in un incidente d'auto in Mozambico. A Luca resta la monomania compulsiva verso il pianoforte, che inizia a suonare all'età di 5 anni, proprio in Mozambico e grazie alla madre. Poi, a Firenze nel 1970, si diploma in pianoforte e ottiene anche il quinto anno d'organo, arrivando all'attività jazzistica nel 1974 (a soli 18 anni), formando prima un quintetto e poi un trio e militando con gruppi prestigiosi, come quelli di Chet Baker, Massimo Urbani, Fulvio Sisti e Bruno Marini. Mentre i due fratelli maggiori vanno a studiare in Inghilterra, Luca resta in Italia con la sorella Barbara (Paola Cortellesi) e comincia a vivere il suo successo in una sorta di solitudine mentale. Anche un'affidabile ragazza che lo ama, come Cinzia (Jasmine Trinca), non riesce a spezzare i patemi del tormentato jazzista, che sembra relazionarsi senza troppi problemi unicamente al pianoforte, nel ricordo lontano di quel periodo felice vissuto in Africa con l'amata madre. Luca comincia presto, ma con estrema lentezza, a dare segni di squilibrio. Prima con ingiustificate paranoie, poi con atti di autolesionismo (si taglia i polpastrelli e un dito) e infine, con un suicidio riuscito dopo quelli annunciati. «Non mi sono ispirato al personaggio di "Senza pelle" - ha raccontato ieri Rossi Stuart -. È passato troppo tempo da allora. Se prima a quel personaggio ho dato le mie notti e tutto il mio animo, stavolta ho sdrammatizzato la mia tensione, mantenendo però alta la concentrazione sulle caratteristiche di Luca Flores. Tra le difficoltà dell'interpretazione, c'è stata sicuramente quella di raggiungere credibilità nella tecnica pianistica, ma sono testardo, per un mese e mezzo sono stato sempre a suonare il piano. Per entrare nello spirito di Flores, ho avuto poi a disposizione un materiale molto forte che bisognava solo emotivamente accogliere. Sto parlando delle vere lettere di Luca alle sorelle e al padre, oltre i materiali video della sua infanzia in Mozambico che mi sono stati forniti dalla famiglia. Un traino davvero forte per entrare nel suo commovente personaggio: il suo è stato un viaggio negli inferi. Scriveva spesso: "Vorrei poter suonare dentro una casetta di plastica, quelle da giardino, e che la gente mi potesse ascoltare rimanendo fuori».. Milani ha voluto «raccontare una persona comune con doti straordinarie e con nessuna voglia di apparire. Non è un film sul jazz, ma la storia di un pianista, un film sui sensi di colpa e sulle cose non dette. Come gli altri sceneggiatori (Claudio Piersanti, Ivan Cotroneo e Sandro Petraglia), ho avuto rapporti con i familiari di Luca Flores e ho imparato ad apprezzare il loro modo di affrontare le cose. Ma il dolore che traspare è tuttora vivo e presente in loro». D. D'I.









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